Di immigrazione parlano tutti, filosofi, statistici, demografi, sociologi, e non è quindi facile occuparsi di un argomento talmente dibattuto, senza cadere nella banalità. Altrettanto difficile è scriverne senza incappare nella soggettività, ma dopotutto non mi interessa molto evitarlo.
Messe le mani avanti, posso adesso affrontare una mia riflessione. L'immigrazione è la manifestazione più palese e più vicina a noi dei grandi cambiamenti in atto. Dal momento che non è possibile fermarla, bisognerebbe capire quali vantaggi essa possa darci. E non intendo ridurre il tutto a concetti come " la pluralità di culture ci arricchisce tutti ". Mi piacerebbe fare delle considerazioni che siano valide per le migrazioni di tutte le epoche.
La condizione che spinge una persona ad allontanarsi dalla propria terra è l'insoddisfazione di uno o più suoi bisogni. In genere si tratta di motivi puramente economici, più raramente il migrante vede minacciata la propria libertà o la propria vita.
Il migrante può nutrire aspirazioni del tutto legittime quali lavorare e far studiare i figli, oppure illegittime quali rubare e far mendicare i figli; sono aspirazioni generalmente giudicate nella stessa maniera sia al paese di origine che in quello d'arrivo. Quando le aspirazioni sono legittime nel paese di origine ma non in quello d'arrivo, allora si arriva ad un contrasto di culture. E' un problema grave se le culture divergono su aspetti fondamentali della vita quotidiana,tipo il ruolo della donna, il ruolo della religione, e via via giù verso questioni sempre più spicciole, come la differenza dei cibi consumati.
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